Il tango è un pensiero triste che si può ballare?
di Antonio Tangofrecuencia il 12 novembre 2009 alle 1:27:57
(ad Alessandra)
La celebre frase “Il tango è un pensiero triste che si può ballare” attribuita al poeta Enrique Santos Discépolo (1901-1951) apre una riflessione sul tema tango-canciòn che rimanda al primo incontro tra la parola e la musica. Con l’introduzione del testo, chiamato letra, si determinava intorno agli anni venti un nuovo stile a fianco al tango cosiddetto ballato o tango strumentale.
Originariamente la parola “cantata” era affidata all’opera dei payadores (cantastorie) diffusa nella cultura popolare gauchos; l’introduzione ufficiale del canto nel tango si deve a Carlos Gardel che nel 1917 incideva Mi noche triste, stabilendo la figura autonoma del cantante. La “parola-voce” di Gardel modula la musica in uno stile nuovo denominato canciòn-tango. Questa rivoluzione stilistica non rimase indifferente ai compositori di tango che timidamente cominciarono ad interessarsi alla “parola”, inizialmente inserita dentro le composizioni orquestrali come estribillo (ritornello) .
Francisco Canaro nel 1924 inserisce in un suo tango la voce di un estribillador utilizzando il canto come se fosse uno strumento dell’orchestra. La diffusione della voce attraverso le prime amplificazioni rappresentò la fortuna de los estibilladores che presto divennero cantores visto che il “cantato” trovava sempre più spazio dentro il tango, nel rispetto dell’unicum orchestrale. Si delineava così un nuovo stile, il tango canciòn, che avrebbe aperto il dialogo tra poesia e musica grazie all’opera di molti poeti che scrissero i testi da cantare nelle esecuzioni delle orquestre. Le tematiche ricorrenti nelle letras percorrono i momenti salienti della vita dell’uomo; l’amore tormentato, il tradimento, il ricordo, la morte. L’uomo cantato nel tango è un uomo che si strugge nel sentimento, è un uomo che piange per un amore finito o canta la morte dell’amata nella speranza di un ricongiungimento, in netto contrasto con la figura reale del Macho. Terminiamo questo brevissimo viaggio nel tango canciòn riportando un testo scritto da Josè Maria Contursi e musicato magistralmente da Carlos di Sarli nel 1943 Verdemar, per ricordare, come ci suggerisce lo stesso poeta, chi oggi non c’è più ma che nello spirito è sempre presente .
Verdemar… Verdemar…
Se llenaron de silencio tus pupilas.
Te perdí, Verdemar.
Tus manos amarillas, tus labios sin color
y el frío de la noche sobre tu corazón.
Faltas tú, ya no estás,
se apagaron tus pupilas, Verdemar.
Te encontré sin pensarlo y alegré mis días,
olvidando la angustia de las horas mías. Pero luego la vida se ensañó contigo
y en tus labios mis besos se morían de frío.
Y ahora… ¿qué rumbo tomaré?
Caminos sin aurora me pierden otra vez.
Volverás, Verdemar…
Es el alma que presiente tu retorno.
Llegarás, llegarás…
Por un camino blanco tu espíritu vendrá
Buscando mi cansancio y aquí me encontrarás.
Faltas tú… Ya no estás…
Se apagaron tus pupilas, Verdemar.
Verdemar… Verdemar…
Di silenzio Si sono colmate le tue pupille
Ti ho perso, verdemar.
Le tue mani gialle, le tue labbra prive di colore
Ed il freddo della notte sopra il tuo cuore.
Manchi tu, già non sei più qui,
si sono spente le tue pupille verdemar.
Ti ho incontrato per caso e ho rallegrato i miei giorni,
dimenticando l’angoscia delle ore mie.
Ma dopo la vita si è accanita con te
E sulle tue labbra i miei baci morivano di freddo.
E ora cosa farò?
Strade senza aurora mi faranno perdere ancora una volta.
Ritornerai verdemar…
È l’anima che presagisce il tuo ritorno
Arriverai… arriverai…
Attraverso una strada bianca il tuo spirito ritornerà.
Manchi tu… già non sei più qui…
Si sono spente le tue pupille verdemar
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